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data terremoto Frosolone

Frosolone è terra antica, attraversata dal tempo e dalla memoria.
La sua storia è segnata da una lunga
sequenza di terremoti, che nel corso dei secoli hanno modellato il paesaggio, la vita e l’identità del borgo.
I sismi più devastanti si registrarono negli anni 847, 988, 1125, 1293, 1349, fino ad arrivare alla notte del 5 dicembre 1456, quando un violento terremoto rase al suolo gran parte del paese, causando 370 vittime. Una seconda scossa, ugualmente distruttiva, colpì solo pochi giorni dopo, il 30 dicembre.
Queste ferite profonde non hanno cancellato il tessuto del luogo, ma lo hanno trasformato, lasciando una traccia viva nella memoria collettiva.

Nel cuore della montagna di Frosolone, immerse tra la natura e il silenzio del paesaggio, si trovano Le Civitelle, il sito archeologico che rappresenta la più antica testimonianza della storia del luogo. È qui che il tempo ha lasciato le sue prime tracce, consentendo agli studiosi di ricostruire l’origine dell’insediamento umano nella zona e di comprendere meglio le radici profonde della comunità frosolonese.
Il nome “Civitelle” deriva probabilmente dal latino civitas, ad indicare un centro abitato fortificato. Si tratta infatti di un’area che conserva resti di mura megalitiche, strutture difensive costruite con grandi blocchi di pietra a secco, tipiche degli insediamenti italici preromani.
Il sito ha un enorme valore storico, poiché testimonia la presenza di un nucleo abitativo stabile ben prima dell’epoca medievale.
Le Civitelle ci parlano di un tempo lontano, in cui i primi abitanti del luogo scelsero questa zona strategica per difendersi, coltivare, allevare e avviare le prime forme di convivenza comunitaria.
Oggi, visitare Le Civitelle significa fare un viaggio indietro nel tempo, risalendo alle origini più remote di Frosolone.
È un luogo carico di suggestione, dove ogni pietra racconta una storia e ogni sentiero sembra condurre al passato.
Qui, tra i ruderi e i paesaggi intatti, si percepisce ancora la forza di una terra antica, custode della memoria e dell’identità di un intero popolo.

Civitelle

Le Civitelle

La Morgia Quadra è una formazione rocciosa imponente e geometrica, che si erge sul Colle dell'Orso, nel territorio di Frosolone, tra la Valle del Trigno e la Valle del Biferno, a un’altitudine compresa tra i 1.200 e i 1.300 metri.
Il suo nome deriva dalla caratteristica forma quadrangolare: un blocco netto di calcare grigio che domina il paesaggio, come un segno inciso nella montagna.

Questa roccia sedimentaria si è formata da antichi fondali marini, e custodisce al suo interno fossili di briozoi, echinodermi e conchiglie, testimoni silenziosi di un tempo lontano.

Il paesaggio, modellato dal vento e dal tempo, ricorda le Dolomiti in miniatura.

Oggi la Morgia Quadra è anche un punto di riferimento per l’arrampicata sportiva, con oltre 600 vie tracciate lungo le sue pareti, e difficoltà che spaziano dal III grado fino all’8c.
È luogo di sfida e ascolto, dove il corpo si misura con la roccia e il vuoto, e il gesto si fa relazione tra l’umano e la pietra.

Un triangolo naturale rovesciato, ancorato alla terra e rivolto verso il cielo: simbolo di equilibrio, tensione e radicamento.

Murgia Quadra

Morgia Quadra

Non lontano dall’Eremo di Sant’Egidio si trova il Museo della Pietra, noto anche come il Museo del Pastore, che il contadino e pastore Pasquale Paolucci (nato l’8 aprile 1892) allestì intorno alla sua abitazione in montagna.
Pasquale aveva ereditato un piccolo appezzamento di terreno e costruito una casa utilizzando blocchi di pietra a secco.

pietre forma umana

Nel tempo, iniziò a raccogliere pietre dalla forma singolare, che richiamavano persone, animali e oggetti di vita quotidiana. Queste pietre furono poi disposte come fantastici merli sulla sommità dei muretti di recinzione intorno alla sua proprietà.
Paolucci raccontava di aver riconosciuto nelle forme di queste pietre figure straordinarie: danzatori, un paio di stivali, un pezzo di lardo, una pagnotta, una sfinge, una gallina, alcune lepri, una testa di maialino, un cane, un leone, un monaco con la bocca aperta alto circa un metro chiamato Padre Indovino, e un vecchio con un sacco sulle spalle.
Secondo Pasquale, l’origine di queste pietre figurate risiedeva in una sorta di crescita sotterranea naturale, simile a quella dei tuberi di patate. Tuttavia, non era stato lui a dissotterrarle, ma gli antichi contadini del passato che, durante i lavori agricoli, avevano portato alla luce questi esemplari litici. Così la natura si manifestava come potenza generatrice e vera artista unica, rispetto alla quale la mano dell’uomo, che scolpisce, modella o dipinge, appare assai misera.
Da qui è nato un museo dell’arte spontanea popolare. 

museo delle pietre

Museo delle pietre

Il centro storico di Frosolone conserva ancora oggi le sue antiche porte medievali ad arco, che un tempo delimitavano i confini del borgo fortificato: 

Porta Santa Maria, 

Porta San Pietro, 

Porta Sant’Angelo.

Ognuna di esse è testimonianza tangibile del passato, soglia tra dentro e fuori, tra protezione e apertura.
Raccontano storie di difesa e di accoglienza, di trasformazione e resistenza, di passaggi che uniscono il prima e il dopo.

porta

Porta

Fonta Grossa Frosolone

I lavatoi di Frosolone raccontano una storia fatta di mani, acqua e parole. Realizzati in pietra calcarea squadrata, essi sono il risultato di un artigianato locale semplice ma raffinato, che ha saputo unire funzionalità e bellezza in un’opera collettiva.
Tra tutti, la
Fonte Grossa è la più simbolica. Non solo per la sua architettura sobria e resistente, ma perché è diventata nel tempo l’immagine stessa della comunità frosolonese. Non era solo un luogo di fatica quotidiana: era anche, e forse soprattutto, uno spazio di incontro, di confidenza, di solidarietà femminile. Intorno a quella vasca di pietra si lavava non solo la biancheria, ma anche il cuore. Tra uno stropiccio e un risciacquo, si parlava di tutto: si scambiavano pettegolezzi, si raccontavano le novità del paese, si condividevano le gioie di una nascita o il dolore di un lutto. Era il regno delle madri, delle nonne, delle figlie, un luogo dove si trasmettevano racconti, ricordi, leggende e dove l’identità femminile si costruiva giorno dopo giorno, nel gesto ripetuto e nei silenzi complici.
La Fonte Grossa era una vera e propria piazza dell’acqua, una “stanza all’aperto” dove la dimensione domestica si faceva pubblica e collettiva. Lì si rinsaldavano i legami, si creavano alleanze, si imparava a crescere. Oggi, quei lavatoi non servono più per lavare i panni, ma restano testimoni silenziosi di un passato autentico, un passato fatto di lavoro, ma anche di umanità e condivisione.
Camminare accanto alla Fonte Grossa significa ascoltare ancora l’eco di voci antiche, la voce dell’acqua mescolata a quella delle donne, che hanno fatto della quotidianità un momento di forza, comunità e cultura.

Fonte Grossa

Fonte Grossa

costume tradizionale frosolonese_edited.jpg

costume tradizionale frosolonese

Il costume tradizionale femminile di Frosolone è tra i più ricchi e distintivi del Molise, noto per l’eleganza delle sue forme e per la straordinaria conservazione di elementi settecenteschi. Ogni dettaglio racconta una storia, ogni parte del vestito è carica di significati simbolici, sociali e protettivi.

L’elemento più emblematico è la mappa, un copricapo rettangolare in lana nera, foderato internamente con mussola bianca e rifinito da merletto bianco. La mappa veniva fissata con una fascia circolare in tessuto bianco intrecciato cucita alla base e fermata con uno spengulone, uno spillone in filigrana d’oro che, oltre alla funzione decorativa, poteva servire come strumento di difesa per la donna che si trovasse a uscire sola. Per le vedove, lo spengulone si distingueva per la presenza di un fiore nero.

Sotto la mappa, si indossava una camicia in mussola bianca dalle maniche ampie e collo largo, impreziosita da pizzi e merletti. Sopra di essa, si portavano le manecuotte, soprammaniche di lana nera con ampî risvolti decorati da nastrini dorati e argentati. Le spalle erano attraversate da laccetti che si legavano al corpetto, mantenendo tutto ben fermo.

Il corpetto era l’elemento più elaborato e simbolico: aderente e stretto in vita, era composto da una parte posteriore in velluto bordeaux con trine dorate, mentre la parte anteriore era in tessuto damascato a colori vivaci, decorato con pizzi, merletti e nastri dorati. Sui due angoli superiori venivano applicati rosoni a forma di fiore, con un bottone dorato al centro: i cosiddetti "rosone a stella".

La gonna, lunga fino ai piedi, era di lana bordeaux, a pieghe larghe. Il grembiule (zinale), tessuto a mano in lana, era finemente bordato da una trina lavorata, con due rosoni ricamati agli angoli inferiori. Le calze, in lana nera o bordeaux, erano abbinate a scarpe nere con fibbia dorata.

A completare l’insieme vi erano gioielli preziosi: grandi orecchini, spille, e soprattutto collane d’oro portate a più fili, simbolo di ricchezza e protezione.

Solo le donne sposate indossavano la mappa, mentre le ragazze portavano un fazzoletto bianco piegato a triangolo, con la punta che cadeva sulla nuca e le estremità legate sotto il mento. In tutta la vita, una donna possedeva due costumi al massimo: quello da ragazza e quello da sposata, che diventava anche l’abito da funerale.

sfilato frosolonese_edited.jpg

Sfilato di Frosolone

zuavo

Zuavo

mozzetta

Mozzetta

Frosolone è conosciuta in tutta Italia come la patria dei coltelli, grazie a una lunga tradizione artigianale che affonda le radici nel tardo Medioevo.
Già nel Quattrocento, questo borgo montano del Molise era uno dei principali centri italiani per la produzione di armi da taglio, come spade, pugnali e lame. Si trattava di un’attività fondamentale in un’epoca in cui la qualità delle armi poteva fare la differenza sul campo di battaglia.
Con il tempo, e con il mutare della società, la forgiatura si è adattata a nuove esigenze: dalla produzione militare si è passati a quella civile, specializzandosi nella realizzazione di coltelli, forbici, lame da lavoro e attrezzi per l’agricoltura. Questo passaggio ha richiesto ingegno, tecnica e grande maestria manuale, doti che i coltellinai frosolonesi non hanno mai smesso di coltivare.
Il mestiere del forgiatore si svolge ancora oggi con gli strumenti di sempre: martello, tenaglia e incudine.
Con questi semplici utensili, gli artigiani trasformano la materia grezza in oggetti di straordinaria precisione e bellezza, forgiando ogni pezzo con cura, passione e attenzione ai dettagli.
Tra i coltelli che hanno reso celebre Frosolone, tre modelli sono diventati simboli identitari: Lo 
sfilato di Frosolone, elegante e affusolato, spesso oggetto da collezione. Lo zuavo, ispirato a un modello francese ottocentesco, robusto e pratico, a serramanico. La mozzetta, compatta e solida, pensata per un uso quotidiano in agricoltura e pastorizia. Questi coltelli si distinguono anche per il manico tradizionale, realizzato in osso di bue tinto di giallo con macchie scure, per imitare l'effetto del tartarugato. Una scelta estetica che richiama la raffinatezza dei materiali naturali e la cura artigianale per ogni dettaglio.
Un ruolo fondamentale nel rilancio di questa arte nel corso dell’Ottocento lo ebbero i fratelli Giustino e Luigi Fazioli, maestri coltellinai che, secondo lo storico Masciotta, contribuirono in modo decisivo a trasformare la produzione frosolonese in un'attività non solo locale, ma di rilievo nazionale. Grazie a loro e a tanti altri artigiani, Frosolone divenne celebre non solo per le armi bianche, ma anche per forbici, coltelli da cucina, falcetti e utensili da lavoro.
Quella della forgiatura a Frosolone non è solo una tradizione, ma un’identità culturale ancora viva. 
Oggi come ieri, il coltello frosolonese è molto più di un oggetto: è il frutto di una storia fatta di mani esperte, fuoco e metallo, e continua a rappresentare con fierezza l’anima operosa e creativa di questo angolo del Molise.

bottiglia di vetro

bottiglia di vetro, Di Jorio Filippo, Frosolone

Un altro primato tutto frosolonese è rappresentato dalla storia dell’ultracentenaria fabbrica di bevande gassate della famiglia Di Iorio, una delle più longeve al mondo nel suo genere.

Fondata nel 1896 a Frosolone da Filippo Di Iorio, l’azienda nasce dall’unione di ricette tramandate in famiglia e da una forte intuizione imprenditoriale, segnando l’inizio di un’epoca nella storia delle bibite italiane.

Uno degli elementi più iconici della produzione fu la celebre bottiglia con la pallina di vetro, antesignana del design funzionale nel settore beverage. Questo sistema, detto anche "a biglia", permetteva la chiusura ermetica senza tappi metallici, sfruttando la pressione interna del gas. Una vera rivoluzione per l’epoca.

Alla morte di Filippo, nel 1938, furono i figli Ciccillo e Ginuccio a portare avanti l’azienda paterna. Le nuove etichette riportavano i marchi "Gassosa Fratelli Di Iorio" e "Bibite Gonfalone", che divennero familiari sulle tavole molisane e non solo.

Verso la fine degli anni Cinquanta, però, anche a Frosolone le iconiche bottiglie con la pallina iniziarono gradualmente a scomparire, sostituite prima dal tappo meccanico e poi dal più pratico tappo corona, segnando una nuova fase nella produzione.

È in questi anni che l’azienda assume la denominazione Stappj, trasferendo la produzione nello stabilimento di Sant’Elena Sannita, in località Il Giardino, dove ancora oggi vengono prodotte le celebri "bevande Stappj".

Fedeli alla tradizione ma attente all’innovazione, le bibite Di Iorio hanno continuato a evolversi e ad affermarsi anche all’estero. Oggi l’azienda esporta in numerosi Paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Canada, Australia e Sudafrica, portando con sé un pezzo di storia molisana, fatta di bollicine, memoria e gusto autentico.

Trsnella
Teresa Fraraccio foto d'archivio

Teresa Fraraccio 

A Frosolone, nel pittoresco Vico Paradiso, viveva una donna che tutti conoscevano come Trsnella Zmpopla.
Era una figura inconfondibile: carattere deciso, voce forte, e soprattutto una chiave di casa enorme, tanto grande da sembrà ‘na mazza.
La portava sempre con sé, stretta in mano, come fosse un talismano.

Trsnella girava per le strade del paese con quella chiave, diventata ormai parte di lei.

Ma la sua fama era legata soprattutto a certe serate in cui, dop’ ‘nu bicchier di vino in più, si lasciava andare.
Quando s’ubriacava, la chiave diventava la sua arma segreta ma non la usava tanto per ma solo contro chi la prendeva in giro o la sgridava.

Se qualcuno osava dirle qualcosa tipo:
“Pecché z'éva ì a lavà ca puzzuava”, lei rispondeva:
“Fatt l chiazz tié!”

Quelle parole, dette con tutta la sua fierezza, risuonavano per i vicoli come un avvertimento.
Eppure, la gente del paese la ricordava con simpatia.

Una donna che non si lasciava mettere sotto da nessuno, che difendeva sé stessa con forza e con quel pizzico di follia che rende un personaggio indimenticabile.

Ancora oggi, a Frosolone, la leggenda di Trsnella e della sua chiave vive nei racconti popolari, tra sorrisi e memoria.
È diventata simbolo di un tempo che resiste, di una voce che non si spegne.

Ubald
Ubaldo di Nezza

Ubaldo di Nezza

Tra i volti più vivi e ricordati di Frosolone c’è quello di Ubaldo di Nezza, per tutti semplicemente Ubald.
Era un tuttofare instancabile, un uomo che sapeva aggiustare, costruire, riparare e inventare. Nella sua piccola bottega artigiana, situata nei pressi di via Tevere, sapeva rendersi utile a chiunque bussasse alla sua porta: contadini, pastori, artigiani, vicine di casa. Qualunque cosa si rompesse o servisse, Ubald trovava una soluzione.
Via Tevere, allora, era il cuore pulsante dell'artigianato frosolonese. Conosciuta come la via delle botteghe, ne contava circa dieci, tutte attive e colme di vita. Era una via-laboratorio, dove il sapere manuale si trasmetteva di padre in figlio, e ogni bottega custodiva un sapere unico e prezioso.

un ringraziamento speciale a Egidio Domenico Di Iorio e Cesare Di Iorio 

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